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mercoledì 8 aprile 2015
Martus Journal - Marzo 2015 - N°47
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giovedì 12 marzo 2015
lunedì 9 marzo 2015
I TESORI DELL'ARTE NELLE MANI DELLA MAFIA
In Svizzera c'erano cinque depositi pieni di reperti archeologici di grandissimo valore. Ma il vero patrimonio ritrovato dagli inquirenti è l'archivio segreto dei trafficanti. Migliaia di foto e documenti che riportano provenienza, valore, destinazione e acquirenti di capolavori scomparsi da anni. Il dossier, cercato a lungo dai carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio e dall'FBI, permette di ricostruire decenni di razzie. E il primo risultato è stato chiarire la provenienza della "Bella Addormentata", splendido sarcofago romano recuperato negli Stati Uniti. Tutto questo all'ombra di Matteo Messina Denaro, l'ultimo boss di Cosa Nostra ancora latitante. C'era un tesoro di valore inestimabile nascosto in Svizzera, rientrato in Italia. Lo avevano scovato, nel 2001, i Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale (Tpc) dopo anni di indagini, seguendo le labili tracce che partivano dalla Sicilia nord occidentale, da Castelvetrano, comune in provincia di Trapani. Territorio dove si trova il parco archeologico più grande d'Europa, Selinunte, e non lontano, verso Mazara del Vallo, il tratto di mare più ricco di relitti e opere d'arte inabissate. Lì è passata la storia, a bordo di navi cariche di bottini di guerra strappati dai romani alla distrutta Cartagine, o di tesori depredati dai barbari con la caduta dell'Impero romano. In questo scenario si muovono conoscitori, amanti dell'arte e tombaroli, invischiati nel traffico di reperti archeologici, armi e droga. Un intreccio di interessi che vale miliardi di euro: quello dell'arte è il quarto mercato più redditizio del crimine internazionale. A volte sostituisce persino la classica bustarella come tangente per accaparrarsi appalti e lavori. Un filo invisibile si dipana in quest'area della Sicilia, una linea sottile che sembrerebbe unire il super latitante Matteo Messina Denaro a Giuseppe Fontana (oggi detenuto), a insospettabili antiquari, uomini d'affari, alcuni curatori dei maggiori musei d'arte del mondo. Fra questi spunta, sulla base di un'indagine in corso da parte dei carabinieri, anche il nome di Gianfranco Becchina, noto mercante d'arte di Castelvetrano e oggi proprietario di due cementifici e dell'etichetta "Olio Verde", con cui commercializza l'extra vergine che produce nelle sue campagne. Considerato dalle forze dell'ordine un personaggio importante nel traffico di opere d'arte, mai condannato perché - come spiega il maggiore dei carabinieri Antonio Coppola - "il suo reato è finito in prescrizione – Ora Becchini è in carcere. A Becchina sono stati confiscati, dopo una lunga querelle con la Svizzera, i cinque magazzini stracolmi di opere d'arte. Veri e propri scrigni dove erano custoditi 5mila reperti archeologici, tesori dal valore inestimabile. Molti, sempre secondo i carabinieri Tpc, "provenivano da scavi clandestini (Puglia, Calabria, Sicilia) e adesso potranno finalmente rientrare in Italia". Questo patrimonio unico poteva contare, come quartier generale, sulla Galleria Palladio Antique Kunst di Basilea, il cui proprietario era proprio Gianfranco Becchina. Ma c'è di più: nei cinque magazzini è stato trovato un gigantesco archivio, quello che l'FBI chiamava il "Becchina dossier", di cui i carabinieri sono finalmente entrati in possesso. Chi è Gianfranco Becchina? Lui si definisce così: "Un mecenate, un collezionista, estraneo a ogni tipo di vendita illegale di oggetti d'arte. Prima, su di me, indagò Paolo Borsellino, dopo la sua uccisione, il procuratore Gian Carlo Caselli, fu un'indagine sprecata, soldi dello Stato gettati al vento, ho smesso di essere un mercante d'arte dal 1994, e nel 1996 mi sono anche cancellato dal registro dei commercianti". Conosciuto da tutti a Castelvetrano, Becchina è proprietario di diversi edifici di grande interesse storico e artistico, come il Palazzo ducale dei principi Pigantelli Aragona Cortes Tagliavia. Situato nel cuore del centro storico di Castelvetrano, il palazzo era in realtà l'antico castello "Bellumvider" realizzato nel 1239 per accogliere Federico II. Becchina è pure in possesso di un bellissimo feudo dove oggi vive, a suo tempo appannaggio, anche questo, dei principi Pignatelli Cortes. Un parco di 25 ettari non lontano dai templi greci dell'area archeologica di Selinunte, con tremila ulivi dai quali produce il suo olio. "Non è un olio qualsiasi - spiega l'archeologo Tsao Cevoli, presidente dell'Osservatorio internazionale archeomafie e direttore del master in Archeologia Giudiziaria e Crimini contro il Patrimonio Culturale - Con il suo olio hanno condito l'insalata Clinton e Bush, perché è accreditato nientedimeno che come fornitore della Casa Bianca. Inoltre ha due grosse aziende produttrici di cemento: la Heracles in Grecia e la Atlas srl in Sicilia".
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Massimo Valerio Rogers
venerdì 6 marzo 2015
Le scoperte degli ultimi anni confermano: RISALGONO AL 1 400 AVANTI CRISTO LE PRIME TRACCE D’INSEDIAMENTO A SAN SOSTI.
Fino a poco tempo fa si faceva
risalire la fondazione di San Sosti al XVI secolo dopo Cristo ad opera degli
Albanesi in fuga dalla persecuzione turca. Questa però era la tesi di semplici
appassionati di storia locali non correlata da alcun dato scientifico. Anche
per quanto riguarda il nome, in passato sono state avanzate ipotesi
assolutamente fantasiose: si faceva risalire l’origine a “Santa Sosta”, cioè,
riferito al fatto che era luogo di sosta per i pellegrini che si recavano al
Pettoruto.
Ma già a partire dagli ultimi
anni Novanta, queste favolette al quanto fantasiose, incominciano ad essere
smentite da una ricerca seria, condotta con metodo scientifico. I primi dati
furono acquisiti durante i lavori di restauro della chiesa madre di Santa
Caterina di Alessandria. Durante il fermo dei lavori deciso dalla
Sovrintendenza per i beni Architettonici della Calabria fu condotto un saggio
di verifica nella zona presbiteriale della navata destra. In quella occasione
furono riportati alla luce i resti di strutture murarie che facevano parte
della prima chiesa di età bizantina. Dalla ricerca stratigrafica sono stati
recuperati frammenti di ceramica invetriata databili tra il X e l’XI secolo; ma
l’elemento datante più importante è un follis (moneta in bronzo)
dell’Imperatore d’Oriente Leone III Isauro, risalente al 717/720, conservato
presso il Museo Nazionale della Sibaritide.
Ma furono gli scavi archeologici
all’interno della chiesa del Carmine che spostarono la datazione di almeno 2
500 anni.
Lo scavo, iniziato i primi di
Febbraio e terminati i primi di Aprile 2004, condotto dalla Sovrintendenza per
i Beni Archeologici della Calabria in collaborazione con la Cattedra di
Archeologia Cristiana e Medievale dell’Unical, ha restituito le prime tracce di
frequentazione umana dell’area dove attualmente sorge il centro abitato,
risalenti al XIV-XIII sec. a.C., consistenti in una porzione del battuto di una
capanna protostorica e diversi frammenti di vasi acromi e dipinti risalenti a
quel periodo. In base a questi ritrovamenti si può affermare con certezza che
il primo nucleo abitato di San Sosti risale almeno al XIV secolo prima di
Cristo. Lo scavo eseguito nell’area presbiteriale ha restituito una sequenza
stratigrafica ininterrotta (sia pure disturbata da rimaneggiamenti avvenuti nel
corso dei secoli), dall’età protostorica al tardo-Medioevo. Ad una quota di
livello superiore rispetto alla capanna dell’età del Bronzo è stato riportato
alla luce parte di un muro a secco, ciò che rimane di un santuario greco
risalente alla fine del VI sec. a.C.
A livello di fondazione del muro
sono state rinvenute tre fosse votive, di cui solo una ancora sigillata al
momento del rinvenimento e non disturbata, colma di oggetti votivi
miniaturistici. Era usanza presso i greci e i romani scavare delle buche nei
santuari e riempirli con gli ex-voto offerti dai fedeli. Da una di queste fosse
proviene la testina in terracotta raffigurante la dea Atena, risalente al V
sec. a.C., numerosi frammenti di statuette di divinità femminili stanti o in
trono e un cospicuo frammento di scultura maschile. Particolarmente
interessante è la porzione di statuetta maschile,
nuda e stante. Si tratta di ciò che rimane di una piccola scultura di un kouros,
cioè un giovane atleta in atteggiamento auto-celebrativo, simbolo della
vittoria ai Giochi Olimpici; questo rinvenimento potrebbe costituire un
ulteriore indizio per l’individuazione del luogo del rinvenimento della scure
martello conservata presso il British Museum di Londra.
Sono piuttosto frequenti i
rinvenimenti archeologici sia nel centro storico, sia nelle periferie: in via
Piano della Fiera, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto sono
stati rinvenuti due contesti di età romana imperiale; nel primo caso (di fronte
la croce del cimitero) si tratta di una grande struttura rettangolare, di età
tardo-romana; nel secondo caso (stazione Carabinieri), si tratta di una
struttura di età romana, risalente al I-II sec. d.C.
In via Cavour (non molto lontano
dalla chiesa del Carmine), durante i lavori di restauro e consolidamento
strutturale (abitazione del Sig. Vito Romolo), sono ritornati alla luce
centinaia di frammenti ceramici e porzioni di strutture murarie di età romana.
Tra i numerosi reperti, una moneta in bronzo (sesterzio) dell’imperatore
Vitellio (69. d.C.) e una porzione di bottiglietta porta-profumo databile tra
il IV e il III sec. a.C.
I reperti sono attualmente
conservati presso il Museo Nazionale della Sibaritide.
Anche in via Prato (u Suppuartu)
è stato riportato alla luce un importante contesto archeologico
inspiegabilmente distrutto in corso d’opera: un tratto di basolato di età
romana e molti reperti archeologici, raccolti dallo sterro e consegnati alla
Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Tra questi si segnala
una cospicua porzione di Anfora del tipo Dressel L1 (III-II sec. a.C.),
frammenti di ceramica a “pasta grigia” di tipo metapontino (III-II sec. a.C.),
un cospicuo frammento di coppa in sigillata chiara (I-II sec. d.C.).
La collina dove attualmente sorge
il centro abitato di San Sosti presenta, dunque, una continuità insediativa
ininterrotta dall’età del Bronzo medio (XV-XIV sec. a.C.) fino ai giorni nostri.
A. Martucci
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THE INDIAN SUNSET UN FENOMENO MUSICALE MADE IN ITALY CHE RIPROPONE LE ATMOSFERE PSICADELICHE DEI MITICI DOORS È il cantante Vincenzo Oliva il segno distintivo della band
E' la migliore tribute band ai Doors del momento. The Indian Sunset può vantare esibizioni di una certa levatura come " Feast of Friends Festival" di Magdeburgo, in Germania nel 2013 e nel 2014; presso il Gazarte di Atene, nel 2013; presso l'Urban Music Club di Perugia; al "Feast of Friends Party", nel 2012; al raduno nazionale The Doors a Pesaro, nel 2012; all'Urban Music Club di Perugia nel 2013 e moltissimi altri appuntamenti.
Colonne portanti della band sono tuttavia sono il piano-basso (Alessio Bannò) e sopratutto il cantante Vincenzo Oliva. E' Vincenzo il segno distintivo del gruppo, proprio come lo era Jim Morrison per i Doors: nelle uniche due registrazioni in studio (almeno quelle pubblicate su internet), "Break on through" e "Riders on the storm" il cantante di "The Indian Sunset" offre un'interpretazione magistrale dei due brani più famosi della band californiana. In "Riders on the storm", addirittura ci si potrebbe confondere con il pezzo originale dei mitici Doors, se non fosse per alcune piccole imperfezioni negli arrangiamenti musicali, la voce è assolutamente calda e ipnotica, il testo scorre con una coerenza impressionante con l'originale, in alcuni tratti sembra di ascoltare la voce di Morrison; mentre in Break on through, Vincenzo offre una sua versione personalizzata di questo brano che Morrison amava particolarmente.
Grazie proprio il carisma del cantante (ancora una volta) che la band sta raccogliendo un grande consenso di pubblico; in poco tempo dalla loro formazione (2010), ha conquistato il cuore degli appassionati, incontrando persino il favore di Morgan.
È un vero peccato che la band non abbia prodotto un CD e dei video professionali dei concerti più importanti.
Un fenomeno musicale, The Indian Sunset che sa riproporre la teatralità e le atmosfere psicadeliche di uno dei più grandi gruppi americani degli anni Sessanta: The Doos, protagonisti della scena musicale statunitense e mondiale degli anni Sessanta e ispiratori della rivoluzione culturale di quel periodo.
Ade. Cauterucci
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venerdì 27 febbraio 2015
Martus Journal - Febbraio 2015 - N°46
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