sabato 18 luglio 2015
mercoledì 27 maggio 2015
Un’efficace proposta-progetto per la ricerca, lo studio, la catalogazione, la valorizzazione, la promozione e la diffusione del sito archeologico di Pauciuri
Pauciuri
è una contrada di Malvito posta a nord-est del centro abitato, sulla riva
sinistra del fiume Esaro.
Gli
scavi archeologici iniziati nel 1979, hanno riportato alla luce i resti di un
grande abitato di età romana.
Durante
la prima fase di studi il sito era stato identificato come una statio,
costruita nei pressi della via istmica ionico-tirrenica che un tempo metteva in
comunicazione la polis greca di Sybaris con le sub-colonie del Tirreno.
Le
stationes romane erano una specie di aree di servizio che venivano costruite
sulle strade principali, a distanze più o meno regolari, molto simili agli
autogrill moderni.
Ma,
le ultime indagini hanno portato a riconsiderare questa tesi. Non si tratta di
una statio. Le dimensioni dell’area scavata e le ricognizioni di superficie
suggeriscono, che siamo di fronte ad una scoperta archeologica molto più
interessante di quanto si potesse immaginare all’inizio delle ricerche.
L’analisi
del contesto territoriale evidenzia un grande abitato che si estendeva su
un’area molto vasta, infatti a circa un chilometro di distanza in direzione
sud-est sono state rinvenute due fornaci che facevano parte di un’officina per
la lavorazione della ceramica e del materiale fittile. È uno dei tanti centri
produttivi pertinenti all’antico abitato romano.
La
prima struttura scavata è questa: è il ninfeo, cioè una fontana monumentale di
uso cultuale, costruita con un sistema di ingegneria idraulica che non ha nulla
da invidiare alle nostre fontane moderne.
L’acqua
sgorgava dalle cannule creando dei veri e propri effetti artistici, piccole
cascate e getti.
La
struttura era abbellita da almeno tre sculture, che purtroppo sono andate
perdute nel corso dei secoli.
In
età altomedievale il ninfeo perse la sua funzione e fu utilizzato come frantoio
per la molitura delle olive.
A
breve distanza si trovano le latrine pubbliche e l’impianto per lo smaltimento
delle acque.
Uno
degli edifici più importanti dell’abitato romano di Pauciuri è il grande
portico colonnato, risalente al II-I sec. a.C. di cui si conservano le basi
delle colonne impostate sul muro perimetrale.
Nel
corso del I e del II secolo d.C. la zona del portico cambiò destinazione d’uso:
furono costruiti una serie di ambienti adibiti ad abitazioni, provvisti di
terme pubbliche e private.
Sul
lato Nord-Est del grande portico viene costruita l’esedra, risalente al I sec.
d.C.
È
un edificio a pianta semi-circolare che aveva funzioni religiose e di
abbellimento architettonico.
In
età tardo-romana l’esedra viene utilizzata come monumento sepolcrale di un
personaggio importante.
È
proprio in questa tomba che fu rinvenuta un’enkolpia, cioè una croce pettorale
proveniente dall’area siro-palestinese databile al V-VI sec. d.C. appartenente
ad un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa.
Sul
rovescio della croce è inciso il nome Ioannes.
Tra
l’VIII e il IX sec. d.C. l’abitato fu per gran parte abbandonato, sui muri
delle antiche strutture romane vengono scavate delle tombe. Questa è l’ultima
fase di vita del grande abitato di Pauciuri prima del suo abbandono definitivo.
Nell’estate
del 2003 è stata ampliata l’area di scavo, in direzione Sud-Est. Sono state
messe in evidenza le creste di antiche strutture, che si è preferito ricoprire poiché
le ricerche stratigrafiche erano solo all’inizio, quindi, per ovvi motivi di
tutela,
Le
prime ed incomplete indagini stratigrafiche hanno permesso di stabilire una
parziale sequenza diacronica di questa parte di abitato.
La
fase di vita più antica finora documentata è quella di IV a.C. secolo,
attestata dal rinvenimento di ceramica a vernice nera relativa a quel periodo.
Le
strutture parzialmente scavate risalgono al I sec. a.C. e furono abitate fino
all’inizio dell’età tardo-antica, come ci testimonia un sesterzio in bronzo di
Massimino il Trace databile tra il 235 e il 238 d.C.
Dai
primi risultati ottenuti dallo studio dei materiali archeologici e delle
strutture murarie possiamo ipotizzare che la nuova area scavata nel 2003
ospitava parte dell’abitato più antico abbandonato tra il III e il IV sec. d.C.
per motivi che ancora non conosciamo.
Uno
degli edifici più interessanti, parzialmente scavato nel 2003 è il grande horreum,
cioè, un granaio e magazzino di deposito. In base ai primi dati acquisiti dalla
scavo possiamo datare il complesso al III-II sec. a.C.
Tra
VI-VII sec. d.C. l’abitato aveva completamente mutato aspetto e destinazione
d’uso; gran parte degli edifici di età romana furono utilizzati come luoghi di
sepolture.
La
zona dove un tempo sorgeva maestoso il ninfeo viene adibita centro produttivo:
il ninfeo stesso viene trasformato in frantoio per la molitura delle olive,
mentre sul lato destro dell’antico monumento romano fu costruita una
casa-bottega.
Si
tratta di una fornace per la cottura dei laterizi, con abitazione annessa.
La
fornace, parzialmente scavata nel 2000, contiene ancora l’ultima infornata di
tegole; ciò significa che l’insediamento fu abbandonato all’improvviso di
seguito ad un evento traumatico.
Le
campagne di ricerche archeologiche finora condotte nel sito di Pauciuri hanno
fornito dati scientifici indispensabili alla ricostruzione degli eventi storici
ed insediativi riguardanti l’antico abitato, ma ci sono ancora molte domande in
attesa di risposte, per esempio, non sappiamo ancora con certezza quanto era
grande l’abitato in età romana.
Solo
una nuova campagna di scavi archeologici in estensione potrà riportare alla
luce le strutture ancora sepolte e svelare il mistero che avvolge la città
romana di Pauciuri.
mercoledì 6 maggio 2015
SUPERARE LE DIFFICOLTA' PER LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO L'Amministrazione di San Sosti punta su Castello della Rocca e Casalini
Sono
tristemente note le difficoltà economiche da parte di piccole amministrazioni
come quella di San Sosti per la gestione delle aree archeologiche, le quali
necessitano di continui interventi di manutenzione indispensabili per loro
conservazione. E' altrettanto noto lo sperpero di fiumi di denaro pubblico da
parte delle istituzioni (Sovrintendenze, Regioni), caso eclatante quello di
Pompei, dove sono stati spesi decine di milioni di Euro, ciò nonostante, le
antiche strutture continuano a sbriciolasi e crollare. Per non parlare del
recente caso del sito di Capo Colonna (Crotone), una delle aree archeologiche
più belle ed importante del Sud Italia. Sono stati stanziati circa 3 milioni di
Euro, non per la prosecuzione degli scavi archeologici o per la tutela dell'area
già scavata, ma per la costruzione di un parcheggio sulle rovine dell'antica
Kroton. Una terrificante gettata di cemento ha distrutto per sempre le vestigia
della polis greca dove Pitagora aveva fondato la sua scuola nella seconda metà
del VI sec. a.C.
In
controtendenza è il comune di San Sosti, dove l'attuale Amministrazione,
presieduta dal Sindaco Vincenzo De Marco, pur versando in una situazione
economica critica, come tutti i piccoli comuni italiani, ha inteso puntare il
suo sviluppo sul turismo culturale ed ambientale, partendo dal recupero delle
sue aree archeologiche: Castello della Rocca e Casalini (Artemisia),
affidandone la manutenzione, a titolo gratuito, ad un gruppo di giovani
laureati in Archeologia ed esperti nel settore. Presto, i due siti archeologici più importanti di
tutta la valle dell'Esaro ritorneranno ad essere visitabili, anche in vista
della stagione turistica ormai alle
porte.
Il
Castello della Rocca è una fortificazione posta all'imbocco della Gola del
torrente Rosa a quota 551 m. s.l.m.
Sin
da tempi antichissimi questa fortificazione sul Rosa proteggeva la via istmica
che metteva in comunicazione lo Ionio al Tirreno.
I
resti monumentali si riferiscono alla fase bizantina di X-XI secolo d.C.
Ma la campagna di scavo
archeologico condotta nel 2004 dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici
della Calabria in collaborazione con l'UNICAL hanno fornito nuovi, importanti
dati scientifici che hanno spostato la frequentazione del sito di diversi
secoli. I primi interventi di pulizia e di recupero, in corso d'opera, stanno
interessando il lato Sud-Est del castrum, che anticamente costituiva l'ingresso
fortificato all'acropoli. Da qui, si estenderanno a tutta l'area in questione
ed ai Casalini, la città-fortezza risalente al IX-X sec. d.C., posta a quota
896 m. s.l.m., a strapiombo sulla basilica della Madonna del Pettoruto. A. Martucci
lunedì 4 maggio 2015
Martus Journal - Aprile 2015 - N°48
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giovedì 9 aprile 2015
CELTICA - Festa Internazionale di Arte, Musica e Cultura Caltica
Passeggiando attraverso il
millenario bosco del Peuterey in Val Veny, ai piedi del Monte Bianco nella
lussureggiante Valle d'Aosta, si svolge la più alta festa celtica d'Europa
organizzata dal Clan della Grande Orsa.
Giunta quest'anno alla 18°
edizione, ma non per questo da ritenersi maggiorenne -precisa Riccardo Taraglio
direttore artistico della kermesse- in quanto per i Celti la maggiore età si
raggiunge al compimento dei 21 anni, la Celtica offre dall'ormai lontano 1997
una ricca scelta d'intrattenimento per tutti gli appassionati e i curiosi
dell'arte, della musica e della cultura celtica di cui sono permeati i 3 giorni
del primo week-end di ogni luglio.
Accompagnati da un sommesso rullio
di tamburi, da soavi melodie di violini e flauti irlandesi che risuonano dal
grande palco, si può piacevolmente passeggiare nel bosco alpino fra stand di
ogni sorta e genere, tutti riconducibili direttamente alla cultura celtica.
L'aggiunta di stage di tiro con l'arco, arpa celtica, danze irlandesi e molte
altre attività riempiono piacevolmente le mattinate e i pomeriggi.
La festa si anima poi durante le
due serate, quelle di venerdì e sabato sempre al Peuterey, con un nutrito
susseguirsi di artisti internazionali fra musicisti e ballerini di danze
tradizionali proveniente dalle nazioni più disparate come Canada, Francia,
Scozia, Irlanda e molte altre.
Grazie agli innumerevoli sforzi e
sacrifici degli organizzatori e dei molti volontari, senza i quali -precisa
Taraglio- non sarebbe possibile neanche pensare di organizzare un evento di
queste dimensioni, la magia di questa festa si perpetua ogni anno attirando un
folto gruppo di appassionati.
Dal 2007, anno nel quale si
cominciarono i calcoli d'affluenza, i partecipanti sono stati 347.000, 7.700
gli artisti, 750 concerti e oltre 2.700 gli eventi. Nello scorso mese di luglio
2014 i biglietti staccati sono stati 10.949, in leggero calo rispetto agli
11.655 del 2013, calo dovuto principalmente dalle avverse condizioni
atmosferiche che hanno funestato il fine settimana. Ciò non ha comunque fermato
l'arrivo, come è stato dimostrato, di moltissimi visitatori ed appassionati i
quali hanno anche preso parte ad un documentario girato dal regista valdostano
Stefano Ceccon. “É il primo documentario girato e rilasciato in 4k -spiega il
regista- ho scelto di utilizzare questa tecnica per valorizzare al meglio la
ricchezza di dettagli della natura e dei costumi dei partecipanti. Chi ha
vissuto il festival ci si ritroverà -spiega- per chi non c'è mai stato è un
buon modo per conoscerlo.
Il documentario è in vendita sul
sito www.celtica.vda.it a 10
euro (versione full HD) o 20 euro (versione 4k).
Per concludere l'anno 2014 in
bellezza è stata organizzata la CELTICA Winter Lights domenica 7 dicembre,
nella quale è stato presente il gruppo di danze irlandesi Gens d'Ys che ha
animato la serata con danze di gruppo coinvolgendo i partecipanti e, in
aggiunta, gradita degustazione di idromele prodotto in Valle.
E. Pala
PANEM ET CIRCENSES …La giusta formula di governo secondo i parolai del palcoscenico sansostese
È visitabile presso il Museo dei 56 comuni del Parco Nazionale del Pollino “Artemis” la mostra didattico-scientifica “TIMELINE l’alta valle dell’Esaro dall’età del Bronzo al Medioevo”, si tratta di una campionatura di reperti archeologici provenienti dal territorio di San Sosti.
Dal punto di vista scientifico, la mostra assume una straordinaria importanza poiché attesta la frequentazione ininterrotta di questa parte di territorio calabrese già a partire dal Neolitico Recente (IV-III millennio a.C.) ai giorni nostri. Ma, dal punto di vista etno-antropologico la mostra è la nostra memoria storica, le nostre radici culturali, la nostra identità; certo, non si tratta del British Museum di Londra o del Louvre di Parigi, le cui esposizioni, tuttavia, sono costituite dalle ruberie perpetrate nel corso dei secoli in “mezzo mondo”, bensì si tratta di una pur modesta ma importantissima collezione di reperti che fanno parte della nostra memoria storica, appunto, che il nostro comune ha la fortuna di ospitare. Eppure, ad oggi la è stata visitata in stragrande maggioranza da forestieri e addirittura da stranieri e i nostri compaesani? Quelli che avevano tanto “a cuore” il museo? Quelli (i signori consiglieri di minoranza) che addirittura presentarono un’interrogazione all’attuale Amministrazione sul perché non ritornavano i reperti a San Sosti? La Pro-loco? Che in una locandina addirittura si limita a scrivere “la via del vecchio carcere?” Erano solo cavolate, un modo come un altro per screditare professionisti seri, che amano stare lontani dalla luce dei riflettori (cosa invece gradita ai vari parolai) e lavorare in silenzio e con grande umiltà; un modo come un altro per attaccare il Consiglio Comunale di cui essi stessi fanno comunque parte.
Questo è il metodo corretto per promuovere e divulgare il nostro Patrimonio Culturale? Ma la nota più dolente è l’assenza delle scuole di San Sosti…Altro mistero…! Eppure è stato di recente pubblicato il catalogo dei reperti in esposizione, già acquistato dall’Ente Parco. Le scuole? Sono fin troppo evidenti i motivi del disinteresse…
E’ vero che ultimamente sono più interessanti le favole…Più che “Paese dei balocchi” Panem et circenses, io oserei aggiungere… perché è questo il metodo di governo ideale secondo i parolai del palco scenico sansostese… E se poi vogliamo redimerci, basta solo invitare papa Francesco, visto che ormai lo abbiamo adottato e sollazzato nelle nostre cantine…
A. Martucci
mercoledì 8 aprile 2015
Martus Journal - Marzo 2015 - N°47
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